Intervento di: Avv. Arturo PAPPAGALLO 

Credo che l’esercizio dell’attività turistica, grazie all’utilizzo del cavallo, offra altresì un’opportunità di conoscenza e valorizzazione delle tradizioni italiane, che si legano proprio all’uso che – solo fino a 50 anni fa – è stato fatto di questo nobile animale.

Tradizioni non tanto legate all’utilizzo per scopi militari, sportivi e di trasporto, o di – seppur nobile – divertimento, che in ogni caso poco si identificano con il territorio; quanto quelle collegate all’aiuto, e volte necessario e quasi sempre indispensabile, che il cavallo ha saputo dare all’uomo, queste sì più profondamente legate alla nostra terra: dunque alla nostra cultura e tradizione, e che, senza dubbio – a mio modesto giudizio – devono cominciare ad essere considerate come un tipico prodotto italiano, da valorizzare e – per quanto possibile – esportare, non solo in Europa, ma in tutto il mondo, perché parte di quel “Made in Italy” da tutti apprezzato. 

Mi riferisco, in particolare, quando parlo dell’utilizzo del cavallo come aiuto all’attività dell’uomo, a tutte quelle mansioni, soprattutto in campo agricolo, che proprio l’uso di questo nostro grande amico ha reso in alcuni casi possibili e sempre più agevoli, comode e produttive. Utilizzo che è avvenuto fino a quando proprio l’abbandono delle campagne, in particolare nel Mezzogiorno d’Italia, da un lato e la meccanizzazione dall’altro, lo hanno definitivamente sconsigliato, e ciò per motivi strettamente legati alla scarsa convenienza economica. 

Tale uso, però, in alcune limitate zone d’Italia ha, nonostante tutto, continuato ad essere esercitato, e ciò non per protervia o per semplice oscurantismo, ma proprio per consentire la conservazione di un immenso patrimonio culturale, dettato dall’amore che le popolazioni di tali zone hanno per il cavallo e quale forma di riconoscenza per l’aiuto indispensabile che quest’animale ha dato alla loro stessa sopravvivenza. 

Nell’ottica – appunto – di favorire la conservazione di tali tradizioni cui si legano, come più avanti indicherò, un’infinità di attività economiche che devono trovare protezione e sviluppo, è divenuto necessario l’intervento di un Ente, quale l’UNIRE, che coordinando le attività dei vari soggetti interessati  possa are un forte impulso a quella che sicuramente è la più rappresentativa delle “monte da lavoro” italiane, e cioè la “monta maremmana” ancora custode di tradizioni, che, seppur gelosamente conservate e protette, non hanno trovato la giusta collocazione e sono fino ad oggi rimaste – benché di grande interesse turistico – fortemente ancorate al territorio dove sono nate. 

Volendo, solo al fine di far comprendere la ricchezza culturale, e dunque turistica, contenuta nelle parole “monta maremmana”, ritengo opportuno, con la massima brevità possibile, dare di tale locuzione una collocazione geografica e temporale.

Dobbiamo risalire al 1700, e cioè quando ebbero inizio le opere maggiori volute prima dal Granduca Pietro Leopoldo I e successivamente da Leopoldo II e da Vittorio Fossombroni nel 1826 e continuati fino alla fine del Gran Ducato (1859) e finalmente terminati nel periodo tra le due guerre mondiali, per poter parlare di una presenza effettiva dell’uomo in quelle terre che dalle pianure costiere tirreniche della Versilia fino all’Agro pontino, prendono il nome di Maremma. 

Fino ad allora, tutte queste terre, ed in particolare quelle che da Grosseto scendono, appunto, alla piana di Latina, erano caratterizzate da una miseria endemica, protrattasi per molti secoli e di cui è testimone l’uso – riportato dal Fucini – che avevano alcuni lavoratori toscani di portare a tracollo il cosiddetto “conditoio” e cioè un osso di prosciutto, col quale insaporire i vari minestroni e che, se del caso, si passava di casa in casa, di pentola in pentola, con la solidarietà che nasce dalla grande povertà.

Quando però, come anzi accennato, grazie alle prime bonifiche comincia l’utilizzazione economica delle terre sottratte alle paludi, il latifondo, con le grandi estensioni coltivate a cereali, e molte terre lasciate all’allevamento del bestiame allo stato brado con greggi transumanti, rendeva le condizioni di vita di queste zone ancora particolarmente disagiate. 

Qui comincia la vita del “buttero”, e cioè di quell’uomo che aveva il compito, datogli dai padroni della terra, di domare il bestiame che viveva in libertà in campagna. 

E gli animali da domare erano la vacca maremmana dalle lunga corna, particolarmente robusta, ed il forte cavallo maremmano le cui origini si nascondono nel territorio della Maremma tosco-laziale al tempo degli antichi Etruschi, e che fino al 1800 ha mantenuto le stesse forme iniziali: tozzo, forte, ombroso. Solo intorno al 1870 si cominciò a incrociarlo con cavalli dall’aspetto più gentile e slanciato, e grazie all’incrocio con il purosangue inglese si giunse a quella che viene definita la “nuova generazione” con la nascita, nel 1902, dello stallone Fauno nelle scuderie reali di San Rossore. 

Proprio la sua robustezza alla fatica ed alle condizioni climatiche avverse, ed alla sua generosità, ne fecero il compagno ideale di lavoro di quel buttero che in quelle difficili condizioni era costretto a lavorare, tanto che – ormai – nell’immaginario collettivo nessuno può pensare all’uno senza che immediatamente non venga in mente l’altro. 

Nacque così uno stile di vita, anzi una filosofia, che sottomessa alla naturalità degli eventi, aveva come presupposto un contatto diretto con gli animali per molte ore del giorno e della notte, in sella al proprio cavallo, con ogni condizione atmosferica, e legati ai ritmi che gli animali stessi, e la natura che li circondava, dettava. 

Accanto a ciò, e quale suo naturale corollario, nasce in quelle terre una forma di lavorazione dei cuoio, che conserva tuttora la sua originalità. 

Essa si è sviluppata proprio per favorire le attività svolte in campagna dagli allevatori, agricoltori e mulattieri, che necessitavano di prodotti di cuoio sia per spostarsi a cavalli, sia per portare con sé gli alimenti necessari alla sopravvivenza. 

Ecco, dunque, creare accessori come le selle (la famosa bardella e successivamente, grazie all’uso introdotto nell’alta Maremma dai butteri del Regio Deposito Stalloni dell’Esercito – oggi Centro Militare Veterinario, alle porte di Grosseto – la scafarla), il basto e quindi le famosa “catane”, divenute negli anni della contestazione borse alla moda, ma che rappresentava il tascapane adoperato dai butteri per contenere l’olio, il pane, il sale, ed altro utile a cucinare l’”acquacotta” per una settimana lavorativa in campagna. 

Così passiamo a toccare un altro elemento della tradizione che porta con sé la monta  maremmana, e che ne fa il veicolo del Turismo Equestre, e cioè l’elemento legato alla produzione agricola e culinaria della Maremma, quest’ultima legata all’essenzialità e semplicità, ed affidata alle erbe aromatiche, alla cottura lenta e prolungata, alla capacità di cucinare animali da cortile sfruttando proprio tutto, all’uso diffuso dei funghi.

Che dire, infine, dell’amorevole allevamento dedicato proprio a quell’animale che ha reso possibile che la storia di fatica e di miseria di una terra un tempo malsana e spopolata, oggi ricca, fertile e fiorente, sia divenuta una saga che deve essere riportata nelle pagine delle più nobili tradizioni del nostro paese, e non lasciata, come purtroppo è stato fatto fin’ora ad essere rivissuta solo attraverso episodiche apparizioni di carattere folkloristico, che – seppur di alto valore tecnico, e dovute alla buona volontà di pochi singoli – non sono, fino ad oggi, riuscite a far apprezzare l’alto valore culturale,  e dunque turistico, che invece possiedono. 

Quindi un ultimo pensiero va la cavallo maremmano, che ha dimostrato di essere un cavallo da sella pronto ad adeguarsi alle più svariate esigenze, anche come compagno di escursioni, passeggiate e viaggi. 

Volendo giungere ad una conclusione di questo mio intervento, credo che sia sotto gli occhi di tutti come la monta maremmana non sia solo veicolo di Turismo equestre, ma possa anche rappresentare una grande opportunità di investimenti per il territorio e per l’occupazione, con lo scopo di essere contenuto, ed anche contenitore, di quel “prodotto Made in Italy” che – secondo me – vale la pena esportare in tutto il mondo.

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